06/02/2026
SI PUÒ FARE?
Il rapporto WWF appena pubblicato sulla produzione di acciaio in Italia indica una via per ottenere al tempo stesso un rilancio della competitività industriale, una riduzione delle emissioni in vista della decarbonizzazione e della neutralità climatica ambiziosamente posta al 2050 e ricadute sociali e occupazionali positive, immaginando la decarbonizzazione dell’acciaio come un traguardo non solo ambientale ma anche economico e sociale.
Lo studio, una corposa analisi di oltre 70 pagine, è stato redatto con la collaborazione di tre dipartimenti dell’Università degli studi di Trieste: quello di Ingegneria e Architettura, quello di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche e quello di Scienze Politiche e Sociali.
I dati di partenza sono chiari: a fronte di una costante crescita sul lungo trend della produzione di acciaio nel mondo (nonostante un calo YoY del 2025 del 2,1%), quella europea è in calo, soprattutto in Germania e In Italia (i due principali attori europei). La Cina è invece in testa - con oltre il 50% della produzione mondiale, seguita da lontano dall’India. L’Italia è attualmente all’undicesimo posto, con la quota del 15,8% della produzione europea: la sua perdita di produttività dal 2008 a oggi è stat del 28% ma nel 2025 è andata in controtendenza, registrando un aumento di produzione di acciaio grezzo del 3,1%.
E questa tenuta va attribuita - dicono gli studi commissionati dal WWF - a un modello basato in larga parte su forni elettrici e sul riciclo del rottame.
Lo sforzo - indubbiamente complesso - di mantenersi nel circolo virtuoso (e dalla parte giusta della storia, almeno di quella ambientale, aggiungiamo noi) si base su alcuni punti cardine: l’uso di forni elettrici e il riciclo di rottame ferroso, certamente, ma anche l’alimentazione dei suddetti forni con energia prodotta da fonti rinnovabili.
In questo senso il rapporto WWF identifica tre percorsi possibili, tre scenari. Si va da quello più conservativo, dove maggiori efficienze produttive contribuiscono a limitare il danno, a quello chiamato “prospettico, che punta molto sulla parziale decarbonizzazione delle fonti energetiche.
La vera svolta si ha però con il terzo scenario che punta a una trasformazione non cosmetica ma radicale: impiego quasi esclusivo di fonti energetiche rinnovabili, utilizzo di ferro pre-ridotto (DRI), riciclo di rottame ferroso di alta qualità (cioè un materiale pulito, uniforme, con composizione chimica controllata e già preparato per l’uso in forno) e, nel medio-lungo periodo, impiego dell’idrogeno verde.
È solo attuando questa visione che si potrebbe non solo raggiungere gli obiettivi stabiliti in termini di emissioni ma anche tutelare i posti di lavoro, e addirittura crearne di nuovi e qualificati, con un’opportunità che quindi è anche economica e sociale e non solo ambientale.
La richiesta è quindi quella di presentare la governo un piano industriale ed economico completo che faccia riferimento alle risorse utilizzabili, alle strategia da attuare, alle infrastrutture energetiche da potenziare, Insieme ovviamente alle fonti di finanziamento utilizzabili e a obiettivi di decarbonizzazione chiari e vincolanti.
Tuttavia le chiuse del WWF a un precedente documento che analizzava i comportamenti delle principali aziende di settore italiane sono esplicite nel puntare il dito sulle responsabilità condivise.
“La transizione verso una siderurgia a basse emissioni di carbonio richiede commitment e organizzazione aziendale, investimenti consistenti, una collaborazione efficace tra pubblico e privato e un quadro normativo stabile e incentivante.”
“Il percorso verso una siderurgia più sostenibile è tracciato, ma richiede un impegno continuo e una visione a lungo termine. Le aziende che sapranno coniugare innovazione, sostenibilità ed efficienza operativa avranno un ruolo da protagoniste nel nuovo scenario industriale globale.”
La domanda non retorica e pressante è “Italia, aziende: si può fare?
Ma c’è un altro grande dubbio. Il rapporto - volenteroso e positivo nel suo sforzo - sembra non tenere conto troppo del contesto geopolitico e commerciale. Non tiene conto della competitività commerciale dell’Italia e degli equilibri mondiali. Non tiene conto delle misure antidumping e delle barriere commerciali attualmente in discussione o applicazione e dei problemi non ancora risolti riguardo a una corretta applicazione del meccanismo dei CBAM. E non tiene conto della velocità a cui sanno svilupparsi i competitor, soprattutto la Cina. Che con tecnologie sperimentali come il flash ironmaking, con oltre 126 impianti green certificati tra il 2021 e il 2024, con impianti DRI (riduzione diretta a idrogeno) e con forni ad arco elettrico (FAE) sembra ben indirizzata a colmare le distanze in tempi rapidi.
Lo abbiamo già visto nel mondo automotive, con le case produttrici europee superate di un balzo dalla produzione di auto elettriche asiatiche. Dovrebbe servire da monito a un Europa, e a un’Italia, troppo spesso impigliate nelle proprie procedure burocratiche e in scelte incapaci di rapportarsi a un mercato la cui evoluzione sembra sorpassarci.