21/09/2025
“Woody Allen: «Trump fu un ottimo attore sul mio set. Ma ancora oggi non capisco perché sia entrato in politica”
«Sono una delle poche persone al mondo che può dire di aver diretto Donald Trump», e ancora oggi, a distanza di tanti anni, la cosa mi fa sorridere. Era il 1998, stavo girando *Celebrity*, e avevo pensato a lui per un cameo, uno dei tanti che animavano quella pellicola. Doveva interpretare se stesso, ovviamente, in una scena breve ma surreale: dichiarava di voler comprare la cattedrale di San Patrizio per abbatterla e costruirci sopra un grattacielo bellissimo e altissimo.
Ebbene, mi colpì. Non solo perché fece esattamente quello che gli avevo chiesto, ma perché lo fece con una naturalezza sorprendente. Era educato, preciso, ha colto perfettamente il senso della scena. Posso dirlo senza esitazione: aveva talento, carisma, senso dello spettacolo. In quel momento, ai miei occhi, era un ottimo attore.
Certo, io sono un democratico convinto, ho votato per Kamala Harris e non condivido con Trump il 95% – forse il 99% – delle sue idee politiche. Ma come interprete, lì, sul set, fu convincente. Un paradosso curioso, lo so.
Quello che ancora oggi non capisco, invece, è perché abbia scelto di entrare in politica. Io lo conoscevo come un uomo che vedevo alle partite dei Knicks, che giocava a golf, che faceva da giudice nei concorsi di bellezza. Era un tipo che amava il lusso, il divertimento, le cose piacevoli e rilassanti. E all’improvviso eccolo buttarsi in quell’inferno che è la politica: mal di testa, scelte difficili, angoscia quotidiana. Perché farlo? Questo resta per me un mistero.
Bill Maher, che mi intervistava nel suo podcast, mi ha detto che la politica è recitazione, che il Presidente è un attore davanti a un pubblico. Forse ha ragione. Forse Trump non ha fatto altro che portare quel ruolo all’ennesima potenza, trasformando la politica nello show più grande d’America. Io, invece, resto con la mia curiosità: avrei quasi voglia di dirigerlo di nuovo, questa volta non da magnate, ma da Presidente. Decidere io cosa deve fare, come in un copione. Ma, naturalmente, non accadrà.
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Woody Allen che racconta Donald Trump attore è un’immagine che sembra uscita da un film, un paradosso che solo la realtà può permettersi. Un regista che ha fatto della nevrosi e dell’assurdo la sua cifra stilistica si ritrova, decenni dopo, a ricordare con stupore il carisma e la naturalezza di colui che sarebbe diventato uno dei presidenti più controversi della storia americana.
C’è qualcosa di profondamente rivelatore in questo racconto. Trump, prima ancora di essere politico, imprenditore o personaggio televisivo, è stato un interprete di se stesso. E Allen, con la sua sensibilità cinematografica, l’aveva intuito: il suo talento non era quello di costruire grattacieli o governare un Paese, ma di incarnare un personaggio larger than life, capace di catturare lo sguardo e monopolizzare l’attenzione.
Il fatto che Allen lo definisca «ottimo attore» mette in luce un aspetto che la politica contemporanea spesso fatica ad ammettere: governare non è solo amministrare, è soprattutto recitare un ruolo. Lo dice Maher, lo conferma Allen. E forse proprio questo spiega come Trump, con la sua teatralità e le sue contraddizioni, sia riuscito a sedurre milioni di americani.
Il regista, con la sua ironia malinconica, resta incredulo: «Perché mai un uomo che amava il golf e le partite di basket dovrebbe gettarsi in quell’incubo che è la politica?». Una domanda che resta sospesa, senza risposta, ma che descrive con efficacia il cuore del “fenomeno Trump”: un uomo che ha scelto la ribalta più grande, quella della Casa Bianca, trasformandola in palcoscenico.
La testimonianza di Woody Allen ci ricorda allora che, prima che di numeri e strategie, la politica è fatta di narrazione, di messa in scena, di personaggi. E che forse, in un mondo sempre più affamato di spettacolo, a vincere non sono i migliori amministratori, ma i migliori attori.