18/09/2026
A ottantotto anni si possono ancora tracciare sentieri
Ci sono progetti che nascono da un incarico, altri da una necessità. E poi ce ne sono alcuni che nascono semplicemente da un'idea.
Questo appartiene alla terza categoria.
L'idea è di Michele Di Marco, ottantotto anni e, evidentemente, nessuna intenzione di considerare esaurito il tempo nel quale si possono ancora immaginare cose nuove.
Il luogo è Monte Pellegrino. Il percorso è quello dell'Acchianata a Santa Rosalia, uno dei legami più antichi e profondi tra Palermo, la sua montagna e la Santuzza.
L'intuizione è semplice: accompagnare chi sale verso il Santuario attraverso cinque tappe. In ciascuna, un piccolo QR Code consente di accedere con il telefono a parole, racconti e contenuti legati al luogo che si sta attraversando. E consentire, nello stesso tempo, anche a chi non può affrontare fisicamente la salita di percorrerne virtualmente le tappe.
Tecnologia, dunque. Ma quasi invisibile.
Perché il punto interessante del progetto è proprio questo: usare il nuovo senza occupare l'antico.
Ma Michele non si è fermato all'idea.
Ha voluto che quell'intuizione, nata dalla sua iniziativa personale, non rimanesse una realizzazione privata. L'ha affidata al luogo per il quale era stata pensata.
Con il Reggente del Santuario di Santa Rosalia ha così sottoscritto una convenzione con la quale ha donato al Santuario il progetto dell'“Acchianata digitale a Santa Rosalia” da lui ideato, perché potesse diventare patrimonio condiviso e strumento al servizio di quanti, fisicamente o anche da lontano, desiderano compiere quel cammino.
È un particolare che dice molto dello spirito dell'iniziativa: avere un'idea, impegnarsi perché prenda forma e, infine, rinunciare a trattenerla come propria per affidarla alla comunità alla quale è destinata.
È a questo punto della storia che Michele mi ha coinvolto.
Anch'io ho scelto di mettere gratuitamente a disposizione il mio contributo professionale, perché quell'intuizione potesse tradursi, nel rispetto di un luogo tanto delicato, in qualcosa di concretamente realizzabile.
Non occorrevano grandi opere. Al contrario, il problema tecnico consisteva nel progettare il meno possibile.
Monte Pellegrino non è uno spazio vuoto sul quale collocare oggetti. È un luogo nel quale natura, paesaggio, storia, archeologia e devozione si sono sovrapposti per secoli. Anche un piccolo segno contemporaneo deve quindi sapere dove fermarsi.
Da qui è cominciato un lavoro forse sproporzionato rispetto alle dimensioni fisiche dell'intervento.
Abbiamo studiato il percorso, le tavole del Piano Regolatore, i vincoli e le caratteristiche dei luoghi. Individuato le cinque stazioni. Confrontato le possibili collocazioni con chi gestisce la Riserva. Escluso il selciato storico e i muretti. Cercato materiali e soluzioni capaci di durare senza pretendere attenzione.
Alla fine, per le prime quattro stazioni, il progetto si è ridotto a pochi elementi: un piccolo basamento monolitico di pietra calcarea semplicemente appoggiato al terreno, un esile sostegno metallico, una piastrella di venti centimetri con il QR Code.
Niente fondazioni. Niente calcestruzzo. Niente ancoraggi permanenti.
Per la quinta stazione, davanti al Santuario, persino il sostegno è diventato superfluo: sarà utilizzato un montante già esistente del parapetto, con un fissaggio meccanico rimovibile, senza forarlo né modificarlo.
Potrebbe sembrare poca cosa.
In realtà, progettare un oggetto è spesso più facile che progettare la sua discrezione.
Il risultato che abbiamo cercato non è qualcosa che si imponga al paesaggio, ma qualcosa che sappia starvi dentro con misura; contemporaneo senza fingersi antico, riconoscibile senza diventare protagonista, presente senza lasciare cicatrici. Se un giorno non servisse più, potrà essere rimosso e il luogo resterà sostanzialmente quello di prima.
La parte più grande del progetto, infatti, non occupa spazio: vive nel digitale. La materia è stata ridotta all'essenziale proprio perché siano il cammino, la montagna e ciò che essi raccontano a conservare il primo piano.
Il 9 settembre il progetto è stato trasmesso alla Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Palermo.
Due giorni dopo è arrivato il provvedimento di autorizzazione.
Una rapidità che sorprende e che merita di essere ricordata non come il successo di qualcuno, ma come l'esito felice di una filiera nella quale l'intuizione privata, il contributo professionale e l'azione delle istituzioni hanno saputo trovare un punto d'incontro.
Ciascuno ha fatto la propria parte.
Michele Di Marco ha avuto l'idea e la determinazione di perseguirla; il progetto ha cercato di tradurla in una soluzione tecnicamente semplice, rispettosa e concretamente realizzabile; il Comune di Palermo e l'Associazione Rangers d'Italia – Sezione Sicilia, quale Ente gestore della Riserva Naturale Orientata Monte Pellegrino, hanno svolto, ciascuno per quanto di propria competenza, il loro ruolo; la Soprintendenza, infine, ha esaminato il progetto e ne ha autorizzato la realizzazione con sorprendente tempestività.
È forse anche questa una piccola storia nella storia: quando un'idea valida incontra competenze messe a disposizione e istituzioni capaci di esercitare con attenzione e tempestività il proprio ruolo, anche la tutela può diventare parte attiva del fare, senza rinunciare alla propria funzione.
In fondo, tutto era cominciato nello stesso segno con il quale oggi si conclude la fase progettuale: quello della disponibilità.
Michele aveva affidato al Santuario la propria idea, incontrando nel Reggente la sensibilità di comprenderne subito il valore, accoglierla e dare forma a quell'intesa attraverso la convenzione sottoscritta; io avevo scelto di mettere il mio mestiere al servizio della sua realizzazione; il Comune di Palermo e l'Associazione Rangers d'Italia – Sezione Sicilia avevano dato il proprio contributo nell'ambito delle rispettive competenze; infine, la Soprintendenza aveva consentito, con la propria autorizzazione, che quell'idea potesse trovare posto, senza forzature, dentro un luogo che appartiene alla memoria collettiva.
Nessuno, in questa storia, aveva bisogno di appropriarsi di qualcosa. Ognuno aveva semplicemente qualcosa da dare.
Adesso le carte possono lasciare spazio alla materia. Quei cinque piccoli segni possono uscire dalle tavole di progetto e trovare il loro posto lungo il cammino, con la discrezione con cui sono stati pensati.
E l'idea di Michele Di Marco può finalmente diventare realtà.
Un'idea semplice, innovativa e, a suo modo, geniale: mettere uno strumento del nostro tempo al servizio di qualcosa che appartiene a molti secoli, senza sostituirlo, senza alterarlo, senza pretendere di modernizzarlo.
Ma, arrivato a questo punto, mi accorgo che questa piccola esperienza mi ha lasciato qualcosa che va oltre tavole, particolari costruttivi e autorizzazioni.
Me l'ha lasciato soprattutto Michele.
A ottantotto anni avrebbe molte buone ragioni per limitarsi a custodire i ricordi. Ha scelto invece di immaginare qualcosa che possa essere utilizzato da persone che verranno dopo di lui.
E forse è questa la parte più bella dell'intera vicenda.
A ottantotto anni Michele non si è limitato a custodire una tradizione. Ha immaginato un modo nuovo per consegnarla a chi verrà dopo.
Io ho avuto il piacere di mettere il mio mestiere al servizio di questa intuizione e di accompagnarla nel breve tratto che separa un'idea dalla sua concreta realizzabilità.
Ora comincia il resto.
Ci sono età nelle quali si percorrono i sentieri già tracciati.
E ci sono uomini che, a ottantotto anni, hanno ancora voglia e tempra di tracciarne di nuovi.
Non necessariamente per arrivare in un luogo nuovo.
Qualche volta, semplicemente, per aiutare gli altri a riscoprire il valore senza tempo di un cammino che esisteva già.
Perché certe idee non hanno età.
E chi continua a tracciare sentieri, in qualche modo, continua anche a camminare verso il futuro.
Carmelo Castronovo