09/01/2026
Nell’antica Pompei, ogni anno, all’arrivo della primavera, in vista delle elezioni con le quali si assegnavano le principali cariche della città, i muri si riempivano di scritte.
Lungo il percorso su via dell’abbondanza, i visitatori possono oggi nuovamente ammirare l’intera facciata dell’insula dei Casti Amanti, finalmente liberata dai ponteggi dopo l’intervento di scavo e restauro portato avanti da oltre due anni. Sul fronte si possono rileggere in successione le famose scritte elettorali, anch’esse restaurate.
Nelle scritte elettorali pompeiane non si esponevano né il programma politico né promesse elettorali, ma le qualità morali del candidato; Un cartello dice: «Se si ritiene che la virtù valga qualcosa nella vita, Lucrezio Frontone è degno di essere eletto alla carica». Di Caio Giulio Polibio si dice che «fa del buon pane».
I bevitori nottambuli (seribibi) e i ladruncoli (furunculi) appoggiavano Marco Cerrinio Vatia, che si proponeva per la carica di edile. Di un aspirante duumviro chiamato Bruzio Balbo si dice che «sistemerà il bilancio pubblico».Le associazioni religiose dichiaravano le loro preferenze: «Tutti gli adoratori di Iside propongono Gneo Elvio Sabino come edile».
Sebbene non avessero diritto di voto, le donne potevano partecipare alla campagna elettorale appoggiando i candidati: «Stazia e Petronia vi raccomandano le candidature di Marco Casellio e Lucio Albucio. Che in tutti i tempi possano esistere cittadini come questi!».
Oltre che dai cartelli elettorali, la campagna elettorale a Pompei era costituita da altri elementi che non conosciamo, ma che con ogni probabilità erano simili a quelli usati a Roma. Per la capitale dell’impero possiamo contare sulla preziosa testimonianza di Quinto Cicerone, che in uno scritto che si potrebbe considerare quasi un «manuale del candidato» consiglia al fratello Marco Tullio, il grande oratore, che cosa fare per vincere le elezioni a console, la carica più elevata dello Stato romano. Una raccomandazione importante è di recarsi ogni giorno al foro, sempre alla stessa ora se possibile, e con un seguito numeroso che renda evidente la popolarità del candidato. Una volta lì, l’aspirante doveva salutare le persone chiamandole con i loro nomi, che quindi doveva ricordare. Se non aveva buona memoria poteva fare ricorso a uno schiavo chiamato nomenclator.
Per realizzare le scritte si lavorava anche di notte, come lasciò scritto uno di loro: «Lo scrisse Emilio Celere da solo alla luce della luna». Si scrivevano addirittura maledizioni a chi osasse cancellare il cartello: «Che la malattia se lo porti».