L'officina Consorzio

L'officina Consorzio L'OFFICINA È UN CONSORZIO COSTITUITO NEL 1990 DA RESTAURATORI DIPLOMATI PRESSO L'ISTITUTO CENTRALE PER IL RESTAURO DI ROMA (ISCR)

14/04/2026
I Restauratori del Consorzio L'Officina augurano una Pasqua di Pace e Serenità.Pablo Picasso - Bambino con colomba (1901...
05/04/2026

I Restauratori del Consorzio L'Officina augurano una Pasqua di Pace e Serenità.

Pablo Picasso - Bambino con colomba (1901)

L'Officina Consorzio e Pisani restauri hanno concluso il restauro dei Mosaici provenienti dall'antica città romana di Fa...
18/03/2026

L'Officina Consorzio e Pisani restauri hanno concluso il restauro dei Mosaici provenienti dall'antica città romana di Falerio Picenus.
In tempi recenti, sono stati identificati ad Ancona, nel c.d. “Rifugio Birarelli”, i pannelli con mosaici staccati appartenenti a due tappeti musivi, di proprietà statale, provenienti entrambi dall’antica città romana di Falerio Picenus, corrispondente alla odierna frazione di Piane di Falerone (FM).
I due mosaici furono asportati dal sito negli anni ’20 del XX secolo.
Di uno, con raffigurazione in bianco e nero di tema marino, rimane la parte centrale con Nettuno, che in piedi sulle code, tiene due cavalli marini per le briglie, guidandoli come su una b**a.
È invece conservato sostanzialmente nella sua interezza, suddiviso in pannelli, il grande mosaico a motivi geometrici con iscrizione del committente Herennius Repentinus, un vasto pavimento musivo tardoantico a tessere policrome di cui si erano p***e le tracce, tanto che in bibliografia risultava perduto a seguito degli eventi bellici. Il rifugio antiaereo delle Carceri, in via Birarelli, fu infatti colpito da quattro ordigni durante un raid aereo delle forze alleate che colpirono la città di Ancona il 1° novembre 1943 che distrussero i due ingressi.
A volte la storia restituisce ciò che aveva nascosto.

Nell’antica Pompei, ogni anno, all’arrivo della primavera, in vista delle elezioni con le quali si assegnavano le princi...
09/01/2026

Nell’antica Pompei, ogni anno, all’arrivo della primavera, in vista delle elezioni con le quali si assegnavano le principali cariche della città, i muri si riempivano di scritte.
Lungo il percorso su via dell’abbondanza, i visitatori possono oggi nuovamente ammirare l’intera facciata dell’insula dei Casti Amanti, finalmente liberata dai ponteggi dopo l’intervento di scavo e restauro portato avanti da oltre due anni. Sul fronte si possono rileggere in successione le famose scritte elettorali, anch’esse restaurate.
Nelle scritte elettorali pompeiane non si esponevano né il programma politico né promesse elettorali, ma le qualità morali del candidato; Un cartello dice: «Se si ritiene che la virtù valga qualcosa nella vita, Lucrezio Frontone è degno di essere eletto alla carica». Di Caio Giulio Polibio si dice che «fa del buon pane».
I bevitori nottambuli (seribibi) e i ladruncoli (furunculi) appoggiavano Marco Cerrinio Vatia, che si proponeva per la carica di edile. Di un aspirante duumviro chiamato Bruzio Balbo si dice che «sistemerà il bilancio pubblico».Le associazioni religiose dichiaravano le loro preferenze: «Tutti gli adoratori di Iside propongono Gneo Elvio Sabino come edile».
Sebbene non avessero diritto di voto, le donne potevano partecipare alla campagna elettorale appoggiando i candidati: «Stazia e Petronia vi raccomandano le candidature di Marco Casellio e Lucio Albucio. Che in tutti i tempi possano esistere cittadini come questi!».
Oltre che dai cartelli elettorali, la campagna elettorale a Pompei era costituita da altri elementi che non conosciamo, ma che con ogni probabilità erano simili a quelli usati a Roma. Per la capitale dell’impero possiamo contare sulla preziosa testimonianza di Quinto Cicerone, che in uno scritto che si potrebbe considerare quasi un «manuale del candidato» consiglia al fratello Marco Tullio, il grande oratore, che cosa fare per vincere le elezioni a console, la carica più elevata dello Stato romano. Una raccomandazione importante è di recarsi ogni giorno al foro, sempre alla stessa ora se possibile, e con un seguito numeroso che renda evidente la popolarità del candidato. Una volta lì, l’aspirante doveva salutare le persone chiamandole con i loro nomi, che quindi doveva ricordare. Se non aveva buona memoria poteva fare ricorso a uno schiavo chiamato nomenclator.
Per realizzare le scritte si lavorava anche di notte, come lasciò scritto uno di loro: «Lo scrisse Emilio Celere da solo alla luce della luna». Si scrivevano addirittura maledizioni a chi osasse cancellare il cartello: «Che la malattia se lo porti».

07/01/2026
I restauratori de L'Officina Consorzio vi augurano un Sereno Natale e un Felice 2026
22/12/2025

I restauratori de L'Officina Consorzio vi augurano un Sereno Natale e un Felice 2026

Solo alcuni artisti si sono cimentati con successo in un genere assai specialistico, in cui il colore va sapientemente m...
13/12/2025

Solo alcuni artisti si sono cimentati con successo in un genere assai specialistico, in cui il colore va sapientemente manipolato per trasmettere una sensazione, quella del freddo e dell'inverno. Dipingere la neve è difficile perché il pittore deve saper trasmettere una sensazione attraverso i colori, i contasti e le sfumature, senza usare solo il bianco, ma giocando con i colori circostanti (blu, grigi, viola) per creare ombre e i riflessi.
La neve compariva raramente nei dipinti nel XIV secolo, per farlo più frequentemente a partire dal XV. Il paesaggio invernale diventò un elemento ricorrente soprattutto nel Nord Europa, dove la neve poteva essere osservata facilmente. Secondo alcuni storici l’innovazione fu favorita anche dall’arrivo della Piccola era glaciale, un periodo che durò approssimativamente dalla metà del XIV alla metà del XIX secolo, in cui si verificò un notevole abbassamento della temperatura media terrestre: gli inverni divennero più rigidi, i fiumi gelavano abitualmente (sul Tamigi si pattinava).
Dal Cinquecento in poi tutto questo viene raccontato anche nelle tele, soprattutto in quelle dell’Europa settentrionale. Artisti come Bruegel dipinsero villaggi fiamminghi sotto la neve, mostrando contadini e scene di vita quotidiana, sottolineando l'adattamento umano al clima rigido.
Questi paesaggi invernali influenzarono anche alcuni pittori italiani successivi, che adottarono stili e atmosfere nordiche.

Il Giardino del Teatro di Villa Doria Pamphilj, realizzato verso la metà del Seicento, è un luogo dove la natura si fond...
04/12/2025

Il Giardino del Teatro di Villa Doria Pamphilj, realizzato verso la metà del Seicento, è un luogo dove la natura si fonde con la scultura, l’architettura, la musica e il teatro. Concepito originariamente con un impianto regolare caratterizzato da partizioni vegetali geometriche, il giardino deve il suo nome all’esedra, struttura monumentale che fu realizzata in laterizio e decorata con rilievi e sculture in marmo, alternato a specchiare in schiuma di travertino. Era destinata ad ospitare le rappresentazioni teatrali e musicali all’aperto. Successivamente nei grandi giardini barocchi vennero allestiti anche dei piccoli teatri stabili e nacquero i teatri di verzura con ampi scenari e quinte. In questi teatri il luogo destinato agli spettatori aveva la forma di un anfiteatro. Davanti c'era lo spazio destinato all'orchestra a forma generalmente di semicerchio: il palcoscenico si apriva con siepi disposte come quinte. Accanto a queste decorazioni naturali potevano essere collocati altri arredi scenici, riccamente dipinti ed appositamente preparati.
Nel 1849, durante il Risorgimento, il giardino del Teatro di villa Pamphilj, divenne il luogo di scontri che causarono la fine della Repubblica Romana.
Fu poi restaurato e riorganizzato ad opera dell’architetto Andrea Busiri Vici, che lo configurò come un vero orto botanico, con un sistema di vialetti curvilinei di cui vengono sottolineati i punti di vista principali con gruppi arborei, sculture e fontane.
L'esedra è anche affiancata dal "Ninfeo dei Tritoni" o "del Satiro", un antro scavato nel terreno, decorato con finte stalattiti, e statue di sirene bifide, tritoni e fauni, immersi in una grande vasca d'acqua.

La parola "mosaico" deriva dal greco musaikón e significa "opera delle Muse", in riferimento alle grotte dedicate alle M...
01/12/2025

La parola "mosaico" deriva dal greco musaikón e significa "opera delle Muse", in riferimento alle grotte dedicate alle Muse, dee ispiratrici delle arti, che venivano decorate con questa semplice ma affascinante tecnica. Nel mondo greco e romano la tecnica musiva si diffonde soprattutto nella decorazione pavimentale.
L’Officina Consorzio insieme a Pisani Restauro snc stanno mettendo in sicurezza e restaurando i mosaici romani che da decenni erano depositati nel “Rifugio Birarelli” di Ancona.

Lavorare a Santa Maria Maggiore è sempre emozionante. Luogo miracoloso, intriso di arte e storia, la leggenda narra che ...
18/11/2025

Lavorare a Santa Maria Maggiore è sempre emozionante. Luogo miracoloso, intriso di arte e storia, la leggenda narra che nel 358 d.C. la Vergine Maria apparve in sogno sia al Papa Liberio sia a un patrizio romano, Giovanni, indicando che una chiesa sarebbe sorta nel luogo che lei stessa avrebbe indicato attraverso un miracolo. La mattina del 5 agosto, nonostante fosse estate, una straordinaria nevicata ricoprì il colle Esquilino, mostrando il punto esatto della futura basilica. Papa Liberio tracciò il perimetro della chiesa nella neve, e Giovanni ne finanziò la costruzione.

13/11/2025

Indirizzo

Via Di Monte Del Gallo 26 F
Magnano In Riviera
00152

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