31/03/2026
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CRISI ENERGETICA: IL GREEN DEAL ERA E RIMANE LA STRADA DA SEGUIRE
L’incremento dei prezzi del petrolio e del gas causata dalla sconsiderata guerra in ci dice che il Green deal europeo era (e rimane) la politica giusta da perseguire.
Se dal 2019, anno in cui la strategia fu adottata dalla Commissione Europea, avessimo investito di più in fonti rinnovabili, risparmio ed efficienza energetica, batterie e veicoli elettrici, pompe di calore oggi saremmo più autonomi sul piano energetico, più competitivi sul piano industriale e avremmo contenuto i costi e gli effetti della guerra sui bilanci di famiglie e imprese e, in generale, sull’economia del paese.
In Spagna, dove il governo ha promosso politiche energetiche in linea con il Green deal investendo con determinazione sulle rinnovabili, il prezzo dell’energia elettrica è tra i più bassi d’Europa. In marzo, nel pieno dell’attuale crisi, è rimasto sui 40 €/MWh contro gli oltre 120 €/MWh dell’Italia.
Uno scarto frutto della diversa dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e dei meccanismi di formazione del prezzo dell’energia elettrica che, in Italia, per oltre il 90% delle ore è determinato dal gas contro il 15% della Spagna grazie alla prevalenza della produzione di .
L’Italia avrebbe tutto l’interesse a seguire l’esempio della Spagna. I nostri fabbisogni energetici sono soddisfatti per oltre il 75% da importazioni di combustibili fossili: il tasso di dipendenza più alto dei grandi paesi della UE, ben al di sopra della media europea che si aggira intorno al 57%.
Un governo dichiaratamente sovranista che dice di perseguire l’interesse della nazione dovrebbe avere come primo obiettivo l’autonomia e la sicurezza energetica, attraverso l’incremento della produzione di rinnovabili, una fonte 100% nazionale.
Secondo Elettricità Futura, l’associazione dei produttori di energia elettrica, in Italia vi sono oltre 150 GW di progetti di impianti da rinnovabili in attesa di autorizzazione, di cui circa 60 GW sbloccabili rapidamente che potrebbero sostituire un quinto delle attuali importazioni di gas.
Che fa invece il governo Meloni? Dopo aver contrastato in Europa tutti i provvedimenti del green deal, dalle auto elettriche alla direttiva sull’efficienza degli edifici, e avere rallentato lo sviluppo delle rinnovabili (si aspettano da anni le aste GSE per l’eolico off-shore), promuove una politica energetica fossile che incrementa la dipendenza e la vulnerabilità, oltre che le emissioni climalteranti, incentivando l’utilizzo del gas.
Come si spiega questa contraddizione rispetto al tanto sbandierato “intesse nazionale”? Perché sull’asserito sovranismo prevale la battaglia, quella sì totalmente ideologica, contro tutto ciò che è “green” anche quando il green va a beneficio, non solo dell’ambiente e del clima, ma dell’economia, delle famiglie e del paese. E prevalgono anche gli interessi di chi fa enormi profitti sui combustibili fossili (mai adeguatamente tassati) a cominciare da ENI e SNAM, che di fatto determinano la politica energetica ed estera italiana.
Il Green deal, al contrario di quanto si è voluto fare credere con una narrazione distorta, non era e non è per nulla una fissazione ideologica dei burocrati di Bruxelles. Ma una strategia energetica, industriale e ambientale che guarda avanti, fondata sui dati e sulla scienza. La stessa scienza che, mentre si brucia petrolio per fare le guerre, continua a suonare l’allarme e a dirci che la febbre della Terra sta andando ormai fuori controllo.
Il vero problema del Green deal è che si è tradotto solo in regolamentazioni senza metterci i soldi. A differenza della Cina, che da sola installa rinnovabili quanto il resto del mondo e ha ormai stravinto la partita della green economy, e perfino degli USA che, ai tempi di Biden, hanno stanziato centinaia di miliardi di dollari, la UE, per scelta degli Stati membri, non aveva e tuttora non ha finanziamenti comuni all’altezza della sfida, come evidenziato anche dal rapporto Draghi.
Il deal rimane la strada da seguire, anche se il ritardo competitivo accumulato rispetto alla Cina sarà difficile da recuperare. Ma per percorrere questa strada, liberarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili e acquisire autonomia strategica e geopolitica, servono determinazione, coerenza e risorse adeguate. Continuare ad andare in direzione ostinata e contraria puntando in modo autolesionistico sul gas, oltre a far danno all’ambiente, fa perdere tempo e competitività scaricando i costi su famiglie e imprese.
Occorre un cambio radicale della politica energetica del paese. E per farlo bisogna voltare pagina su un governo fossile sotto tutti i punti di vista, fintamente sovranista, incapace di fare l’interesse degli italiani.